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Che senso hanno i sintomi psicologici?!

pubblicato il 11 ottobre 2018

Parliamo dei due principali significati che assumono i sintomi.


Il primo è abbastanza semplice, non c’è sicuramente bisogno di essere psicologi per comprenderlo o avere sperimentato a propria volta dei sintomi. Il primo significato di un sintomo è quello di manifestare un disagio una difficoltà che si vive e che, appunto, viene rappresentata, si esprime, attraverso il sintomo stesso.


Il secondo significato è un po' più fine, più da psicologi, nel senso che solitamente il sintomo assume anche il compito di risolvere un problema di ordine superiore nella vita dell’individuo. Cosa vuol dire di ordine superiore? Significa ad un livello più ampio della vita della persona.


Faccio un esempio, in modo da essere più chiaro. 


N.B. quello che presenterò, a puro titolo esemplificativo, non vuole in alcun modo costituire una diagnosi e non si rifà ad alcun caso a me incarico.


Facciamo l’esempio di una ragazza di 23/24 anni, che chiamiamo Paola e che si trova in una fase molto importante della sua vita. Le manca l'ultimo esame all’università, dopodiché la tesi. E’ quindi in un periodo potenzialmente di grandi cambiamenti, poiché una volta completata la tesi si potrà affacciare al mondo del lavoro e questo, a cascata, porta con sé una serie di altri cambiamenti; ad esempio una stabilità economica, la possibilità di andare a convivere con il proprio fidanzato, uscire di casa, piuttosto che trasferirsi all'estero per fare carriera, etc.. insomma, grandi novità e grandi cambiamenti si prospettano all’orizzonte.


Paola però inizia a sviluppare degli attacchi di panico.


La prima volta le capita durante una gita in montagna con degli amici; la seconda volta succede all'interno di un centro commerciale; la terza mentre rincasa, guidando, non trovando più la strada sperimenta l’attacco di panico in auto.


Queste esperienze la portano progressivamente a precludersi delle opportunità, poiché si rende conto che l'unico posto in cui riesce davvero a stare bene, riesce ad essere libera, è casa sua. Questo le impedisce di “tenere il piede sull'acceleratore della vita”, perché quando viene invitata per un aperitivo, piuttosto che per una cena con amici o per un'uscita a due dal suo compagno, molte volte è restia, si nega, poiché l'unico posto dove sta davvero bene è diventato casa. 


Indagando meglio la storia di Paola emerge che la casa per lei ha un significato importante. Diventa quindi interessante, tramite questo esempio, riuscire a comprendere perché si parla del sintomo come di un tentativo intelligente di risolvere un problema ad un livello di ordine superiore. 


Tornando a Paola, ci si rende conto che ha sempre avuto una relazione molto stretta, molto bella, con sua madre, che si è separata giovane dal padre di Paola e che insieme a lei si è sempre fatta forza. Sono riuscite a costruire un ottimo rapporto di supporto reciproco. Paola è importantissima per la mamma, perché la aiuta nella quotidianità: l’aiuta ad esempio nel fare la spesa e per gli spostamenti, poiché la mamma non guida; insomma, è una bella figura di riferimento ed essendo anche figlia unica ha il timore (più o meno conscio) che la mamma sia preoccupata della possibile uscita imminente, poiché è contenta (ovviamente) per il successo, lo sviluppo e lo svincolo che potrebbe agire Paola, ma dall'altro lato è consapevole che anche le sue dinamiche e la sua routine potrebbero cambiare quando si troverà da sola.


Il sintomo di Paola in questo caso, oltre ovviamente a manifestare, a livello 1, un disagio, uno stato ansioso, a livello 2 può risolvere un problema di ordine superiore, dato dal timore di Paola che i suoi cambiamenti influenzeranno significativamente la vita della madre. 


Questo è ovviamente un meccanismo inconscio, Paola non riesce ad esplicitare il ragionamento, quindi si trova nella situazione in cui da un lato vorrebbe andare, ma dall’altro rimane inevitabilmente bloccata. Questo meccanismo, come dicevo prima, lo esercita in una maniera intelligente tramite il sintomo, poiché quest’ultimo la costringe a rimanere in casa, senza però essere in alcun modo accusatorio nei confronti della mamma; anzi la mamma stessa non è consapevole di questa preoccupazione, anche se ogni tanto ci pensa, ma non arriverebbe mai a credere che l'attacco di panico sia connesso alla paura di Paola di lasciarla sola.


Il sintomo non è quindi accusatorio perché Paola di fatto riesce a risolvere un problema potenziale, ossia quello della preoccupazione della mamma, in una maniera che non è in alcun modo gravosa per lo stato di salute stesso della madre. Non dice: “io sto in casa, io non esco, io non posso “andare” per causa tua ma, io sto in casa, io non riesco ad “andare” per causa mia, perché ho un sintomo, perché ho una difficoltà, perché mi trovo ad affrontare un disagio che mi blocca”. Questo permette a Paola di mantenere uno status quo di presenza, di attenzione e di supporto reciproco, che è ciò che ha caratterizzato la loro vita e la loto relazione sino ad oggi. 


Il sintomo però diventa deleterio. Il futuro di Paola è a rischio e la porta a chiedere il supporto di uno psicoterapeuta.


Questo è, come ho già detto prima, un esempio, che non ha alcuno scopo di diagnosi, bensì vuole offrire una chiave di lettura teorica per riuscire a spiegare meglio il secondo livello del significato di un sintomo, che è più complesso rispetto al primo (quello di manifestare un disagio).


Riassumendo possiamo dire che i sintomi hanno principalmente due significati: il primo consiste nella manifestazione di un disagio; il secondo consiste nel tentativo di soluzione di un problema di ordine superiore. 


P.S. spero che il caso di Paola sia stato utile per riuscire a chiarire meglio quanto sostenuto.

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