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L'efficacia della psicoterapia

pubblicato il 22 ottobre 2018

 Oggi parliamo di psicoterapia e della sua efficacia.

 Lo facciamo attraverso la connessione che ha la psicoterapia con due scienze apparentemente lontane, come la fisica e la matematica. Attraverso due delle teorie più note dal punto di vista fisico e del punto di vista matematico vi spiegherò come la psicoterapia riesca ad essere efficace per il paziente. Le due teorie a cui faccio riferimento sono la teoria di incompletezza di Godel, un matematico degli anni Trenta, e la teoria della relatività  di Einstein.

Partiamo dalla teoria dell'incompletezza di Godel, che sicuramente è meno conosciuta. Egli, attraverso delle formule e delle equazioni, è riuscito a spiegare come un elemento interno al sistema non potrà mai spiegarne la validità e l'affidabilità; ossia, riferendosi all'algebra e alla geometria, è riuscito a dimostrare, attraverso una formula, come un sistema non potrà essere spiegato tramite gli elementi che lo compongono, o meglio, un sistema non può essere valutato dagli elementi che lo costituiscono in termini di affidabilità e validità.

Tuttavia, che cosa c'entra tutto questo con la psicoterapia?

Per ora sembra non avere senso. Completiamo però il nostro discorso con la teoria della Relatività.

La seconda teoria a cui abbiamo fatto riferimento è la teoria della relatività di Einstein, molto più conosciuta. Parafrasandola ci afferma che la realtà sta nell'occhio di chi osserva: l'osservatore altera il sistema e lo racconta attraverso la sua versione. Quindi la realtà raccontata dall’ osservatore non è la realtà vera e propria, ma quella che l'osservatore crea di ciò che vede o sente.

Pensate, ad esempio, ad un paziente che vive un sintomo di disagio, ma di fatto non riesce a spiegarselo.

Se fosse particolarmente erudito, o particolarmente consapevole di ciò che vive, riuscirebbe a raccontarlo o a farlo capire agli altri, ma non riuscirebbe a giustificarlo a se stesso. Gli stessi psicoterapeuti, nel momento in cui si trovassero in difficoltà personali, si rivolgono ad altri colleghi, poiché non riusciamo a spiegarci a noi stessi, in quanto parte del sistema e parti quindi del sintomo, ma, al tempo stesso, anche della soluzione.

Qual è il significato che il disagio assume nella vita della persona, poiché si è parte stessa del sistema?

Noi siamo il nostro sintomo: ciò vuol dire che non riusciremo mai a comprenderlo davvero da soli. Ciò che invece possiamo fare è riuscire a raccontarlo ed a farsi capire da qualcuno.

Ecco quindi che entra in gioco la psicoterapia: una pratica dove il paziente racconta al terapeuta quello che sta vivendo, anche aiutato dalle domande che gli vengono fatte, grazie alle quali tutti i pezzi del racconto assumono una forma sensata, primo passo per facilitare e favorire il cambiamento. Infatti, il paziente, iniziando a raccontare il proprio disagio, inizia a cambiare in parte il punto di vista, a renderlo mobile: inizia a capire di più. Tuttavia, non potrà mai davvero riuscire da solo a mettere in atto il cambiamento tale per cui questo sintomo venga compreso, spiegato, ed eventualmente risolto. Per questo ha bisogno dello psicoterapeuta, che fa tesoro di tutte le informazioni raccolte dalla narrazione del paziente, offrendo il suo punto di vista rispetto a qual è il significato che il sintomo ha assunto, quali sono le cause che lo hanno determinato, e che cosa può essere fatto per riuscire a risolvere, stare meglio.

A questo punto, possono sorgere delle domande.

Dal momento in cui il paziente gli siede di fronte, il terapeuta ascolta: ora, di fatto, è parte stessa del sistema. Come può essere che non lo vada a contaminare? Come può essere che, secondo la teoria della relatività di Einstein, lui stesso non offra una versione soggettiva della realtà?

C’è sempre, come in ogni azione, un elemento di fallibilità, dovuto alla psicoterapia o dallo psicoterapeuta. A loro sostegno ci sono tuttavia una serie di tecniche, di strategie e strumenti che ogni terapeuta usa in modo tale da ridurre al minimo questo tipo di rischio.

Ce ne sono quattro:

Il primo è sicuramente il fatto che il terapeuta deve essere una persona estranea, ossia deve essere esterno al sistema del paziente: vuol dire, che per codice deontologico ed etico, non è possibile prendere in carico famigliari, amici o conoscenti. Questo perché più il terapeuta è esterno al sistema che vuole osservare, e quindi riuscire a cambiare, più risulta essere efficace.

Il terapeuta non racconta nulla di sé, per non andare a contaminare, con le sue informazioni e la sua visione del mondo, il racconto stesso del paziente o il suo cambiamento. È bene precisare che se il terapeuta non parla di sé, non lo fa per rigidità o riservatezza, bensì per fini terapeutici.

Per far sì che il sistema non venga ulteriormente contaminato dalla nostra presenza molti terapeuti, ad esempio quando il sistema è particolarmente complesso, lavorano in coppia: uno sta all'interno del sistema, quindi all'interno della stanza insieme alla famiglia o la coppia, e un altro sta metaforicamente alle sue spalle, dietro ad uno specchio unidirezionale, in modo tale che siano sempre due I livelli di profondità e i punti di osservazione, e che due focus permettano di comprendere maggiormente la profondità di ciò che si sta osservando.

Il quarto punto invece fa riferimento al fatto che il terapeuta deve essere consapevole che porta una contaminazione del sistema: deve essere pertanto consapevole che agisca una sorta di cambiamento, e non deve per forza rimanere neutro, ma deve essere protagonista della facilitazione del cambiamento del paziente: metaforicamente, come quando si ha problemi nel camminare, deve essere una stampella, deve essere una gamba per aiutare l’equilibrio. Camminando ci si muove, non si rimane in equilibrio statico. Si deve riuscire ad assumere un equilibrio dinamico, ossia, prima ci si appoggia su una gamba e successivamente sulla seconda. Così, andando avanti, un passo dopo l'altro, si riesce finalmente a camminare da soli, a restare in equilibrio. Il terapeuta deve favorire lo sbilanciamento in una direzione, aiutare a recuperare attraverso il movimento costante, quindi la mobilità del sintomo e la sua risoluzione.

Questi sono degli esempi, che però spiegano parte delle strategie che vengono utilizzate all'interno della pratica della psicoterapia, anche, come abbiamo visto, in connessione con gli agganci e spunti che ci hanno dato la teoria di incompletezza di Godel e la teoria della relatività 

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