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Cibo come amico e come peggior nemico

pubblicato il 7 novembre 2018
Cibo come amico e come peggior nemico

Mi sentivo piena, gonfia. Bloccata dal troppo cibo che avevo assunto, forse dal troppo zucchero che avevo in corpo e frustrata per l’immagine che sapevo il mio specchio poi rifletteva. L’immagine di una ragazza profondamente triste, che si vedeva in sovrappeso o in sottopeso a seconda di giorni o di periodi, amareggiata, delusa, arrabbiata, nervosa, in colpa. Piena di schifezze appena ingurgitate, di cui non ricordavo nemmeno la forma ed il sapore, la solidità o la freddezza, se fossero dolci o salate, o se avevo ingurgitato dolce e salato insieme. Piena di schifezze in pancia e senza una fame reale scatenante.

Il cibo, soprattutto quello sporco, è una colpa. Lo compro di nascosto perché non voglio che lo vedano, è un mio segreto, lo nascondo, me ne abbuffo, lo nascondo di nuovo, mi sento piena e triste, in colpa.

Mangio sempre, senza controllo, per insoddisfazioni, ansie, nervosismo, frustrazione, sfogo, per compensazione. Non c’è un giorno particolare, non ci sono feste compleanni che tengano, ogni giorno è un giorno per abbuffarmi e sentirmi in colpa per non essere stata capace di fermarmi, per non essere stata forte, più forte.  

Mi sento in colpa, ho vergogna, non mi sento all’altezza di chi riesce a mangiare e non ripulire il frigorifero, penso di essere inferiore perché incapace di non mangiare cioccolata e subito dopo patatine o di non riuscire a controllare quell’attacco di fame estenuante, che capisco ha poco a che fare con la vera fame fisiologica. Ma non riesco, non lo controllo, mi abbuffo, e mi sento ancora più triste, più in colpa, più vergognata di chi sono e cosa faccio.

Ho contattato una dottoressa, mi ha dato una dieta e mi sembra efficace, interessante, vado quindi al supermercato, compro il necessario. Per due o tre giorni rispetto il piano alimentare ma devo andare in università ed i compagni il pomeriggio mi ricordano che tra un mese c’è l’esame.

Il giorno successivo ci ricasco, apro il frigorifero e lo svuoto, di nuovo, vergogna, ansia, disgusto verso me stessa perché ero riuscita, non mi ero abbuffata per 3 giorni, sono proprio una nullità, non ce la faccio.

Sono passati tre mesi, non ho più seguito il piano alimentare, non ho più contattato la dottoressa, non ho più organizzato la settimana e gli alimenti. Mi sono solamente abbuffata e sentita in colpa.  In un momento di serenità ricontatto la dottoressa che mi spiega che è normale, è un successo se mi abbuffo solo 3 volte in settimana se prima erano 7 su 7. Mi spiega che è un percorso lento, doloroso, ma che devo essere felice di aver ridotto le abbuffate.

È la prima volta che sento un’emozione positiva, che ho fatto qualcosa di buono, che noto di averlo fatto io. Mi sono sì abbuffata, ma mi sono abbuffata meno e da qui riparto”.

 

Questi sono i pensieri, sentimenti, emozioni di chi soffre di un disturbo purtroppo attualmente in crescita e troppo sottaciuto a causa dei sentimenti di autosvalutazione che porta con sé. Chi soffre di abbuffate spesso non lo dice, si nasconde, lo fa di notte o quando è solo.

COS’È UN’ABBUFFATA? COS’È IL BINGE EATING?

Con il termine abbuffata si intende un comportamento incontrollato che porta all’ingestione di una grande quantità di cibo, molto superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe in circostanze simili. La diagnosi è prevista qualora il comportamento alimentare scorretto sia presente almeno una volta a settimana per almeno 3 mesi; la gravità dello stesso è valutata in relazione alla frequenza degli episodi: da lieve con 1\3 episodi a settimana a estrema con 14 o più episodi di abbuffate per settimana.  Tendenzialmente si verifica in soggetti normopeso, sovrappeso o obesi, non è caratterizzato da condotte di espulsione ed è correlato ad un aumento di peso.  È generalmente caratteristico di soggetti adolescenti o in prima età adulta, tuttavia in taluni casi si presenta in età avanzata. Caratteristico di questo disturbo è il giungere all’attenzione del clinico più tardi rispetto ad altri disturbi del comportamento alimentare poiché a primo acchito non si associa a queste condotte un disagio emotivo, promuovendo quindi l’adozione di “diete fai-da-te” che spesso risultano controproducenti.  Il comportamento incontrollato è seguito da sentimenti negativi come vergogna e la sensazione di perdere completamente il controllo delle proprie azioni, salato e dolce hanno lo stesso sapore.  

I soggetti che si abbuffano si alimentano in modo differente da soggetti affetti da bulimia o obesità, poiché per i soggetti affetti da binge eating il cibo è sia un alleato che un nemico, è colui che consola e che subito dopo fa provare sensi di colpa profondissimi, associati anche a chili superflui. Il soggetto che si abbuffa vorrebbe avere infatti l’effetto positivo dell’abbuffata senza quello negativo dell’aumento di peso. Il comportamento tipico successivo all’abbuffata è infatti molto diverso dall’atteggiamento riscontrato in altri disturbi del comportamento alimentare. In soggetti che si abbuffano prevale la passività, l’ineluttabilità del proprio destino, lo sconforto. Non c’è mai il tentativo di ripristinare lo stato antecedente, pertanto è un atteggiamento più simile al depresso che al bulimico, tantomeno all’anoressico.

Spesso è una dieta incongrua che causa un’abbuffata, in particolare sono le emozioni negative associate alla privazione del piacere del cibo che causano un comportamento disfunzionale oltre che alla constatazione della difficoltà a perdere peso. L’intolleranza alle emozioni, negative ed anche positive, è un costrutto fondamentale per la comprensione di tale disturbo.

QUANTO CONTANO LE EMOZIONI NEL BINGE EATING?

La regolazione emotiva è l’abilità di gestire e rispondere in maniera efficace agli eventi della vita, siano essi straordinari o quotidiani. Indica i processi a cui ricorriamo per influenzare le nostre emozioni per viverle ed esperirle in maniera funzionale. Gli studi condotti in merito evidenziano che le abbuffate tendono momentaneamente a migliorare l’umore del soggetto, tuttavia sul lungo termine l’incremento ponderale di cibo ingerito contribuisce a ridurre l’autostima e il senso di efficacia personale. Ci si sente inadeguati e impotenti, aumentano le emozioni negative, la vergogna, la colpa e la tristezza, emozioni che portano il soggetto a nuove abbuffate. L’abbuffata avviene generalmente a seguito di emozioni quali noia, tristezza, rabbia, oppure a seguito di emozioni positive molto intense.

L’abbuffata spegne temporaneamente la sofferenza. È una strategia deleteria sul lungo termine perché sopprimere un’emozione porta la stessa a riemergere in forma diversa e più forte di prima; il tentativo di sopprimerla la rinforza e la fissa.

Una caratteristica del pensiero dei soggetti che si abbuffano è la ruminazione, comportamento che porta il soggetto a pensare e ripensare continuamente agli eventi che hanno provocato quelle emozioni negative in maniera astratta e non finalizzata, come tentativo di comprendere e risolvere il problema. Il ruminare non è né efficace ne risolutivo poiché provoca ulteriori sentimenti di indecisione e insicurezza.

Chi soffre di binge eating sente come se vivesse in una prigione di cui non vede le pareti della cella ma ne sente chiaramente gli effetti deleteri e distruttivi. È fondamentale il supporto esterno, famigliare e sociale, affinché il soggetto possa osservare il circuito disfunzionale di cui è vittima e si affidi al personale competente per mettere in atto un intervento multidisciplinare in funzione della risoluzione del problema che, se affrontato, è risolvibile. 

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