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La psicoterapia come scusa per fallire

pubblicato il 7 marzo 2019

Quando la terapia e la consulenza psicologica diventano una scusa per fallire?

I miei colleghi si sono sicuramente trovati nella situazione in cui un paziente chiama dicendo che il percorso gli è stato consigliato da un medico di base, dal marito o dalla moglie ma è effettivamente l’ultima spiaggia, “è l’ultimo tentativo che facciamo, se anche questo fallisce ci lasceremo”. Andando ad indagare si scopre anche “le dico anche chiaramente dottore non è che ci credo tanto in tutte queste cose psicologiche”. È quindi capitato che queste persone durante i primi colloqui criticassero per esempio alcuni quadri, la stanza della terapia, la temperatura nella stanza o l’onorario: “piuttosto che spendere questi soldi in terapia me ne vado a fare una passeggiata o una cena”.

In questi casi la terapia non è altro che una forma di giustificazione, una forma di contentino nei confronti di qualcuno: “ok ho fatto la terapia perché mi ha detto che dovevamo andare in terapia ma non ci credevo davvero!”. Dal mio punto di vista la psicoterapia in questo caso è quindi uno strumento che una persona utilizza come scusa per fallire. Tuttavia lo psicoterapeuta non asseconda questa richiesta, non da la giustificazione dicendo “si siete incurabili” ma entra nella motivazione del perché ciò sta accadendo.

Cosa accade? Le persone generalmente vengono spiazzate perché non avevano minimamente considerato la possibilità di affrontare definitivamente la situazione e cambiare. In questi casi le conseguenze sono tre. Nel primo, in termine tecnico, il paziente “droppa” ovvero non torna più e smette di tornare ai colloqui perché si accorge che questi potrebbero suscitare dei cambiamenti che in lui non sono troppo graditi. In secondo luogo può accadere che il paziente rimane ma cambia ad un livello esclusivamente superficiale, c’è difficoltà a mettersi in gioco, difficoltà legata alla fatica che la psicoterapia comporta ed anche al fatto che non vogliono farlo. Infine il paziente può rimanere totalmente spiazzato dalle proposte e dalle idee che il terapeuta propone prendendo finalmente in considerazione la possibilità di cambiare e risolvere il suo o il loro problema.

Se l’atteggiamento con il quale la persona arriva è quello di una resistenza legata, non solo alla fatica, ma anche alla non voglia di affrontare il percorso diventa poi molto complicato e difficile assumere l’atteggiamento di sorpresa. Diventa pertanto difficile concedersi l’opportunità di cambiare. Questo è il motivo per cui dico sempre nei primi colloqui che durante la fase di consultazione, quindi i primi tre o quattro incontri, è necessario sospendere il giudizio sia da parte del terapeuta che da parte del paziente: quest’ultimo deve affidarsi e valutare solo dopo la restituzione da parte del terapeuta.

Non usiamo la stanza della terapia come uno strumento di giustificazione per mantenere il sintomo ma concediamoci la possibilità di cambiare!

 

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