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Perché lo psicologo non parla di sé

pubblicato il 5 luglio 2018

“Dottore lei è sposato? Ha figli? Dove va in vacanza quest’estate?”.


Queste sono domande che spesso mi vengono fatte nel momento in cui c'è un certo tipo di rapporto, il percorso è iniziato da qualche incontro e capita che alcuni pazienti siano curiosi e quindi, all'interno del dialogo, sorgono spontanee domande come queste. Un po' per curiosità, un po’ anche per capire meglio chi si ha di fronte.


Lo psicoterapeuta però, in questo caso io, tende a non rispondere, nel senso che devia il discorso, talvolta specifica “questo spazio è per lei quindi è inutile parlare di me”, sino ad arrivare, nel caso qualcuno diventi particolarmente incalzante, ad una negazione della risposta un pochino più dura.


Questo non viene fatto perché lo psicoterapeuta non vuole raccontare nulla di sé, perché è saccente, perché vuole rimanere distaccato, perché si crede superiore, eccetera. Una serie di cose che magari vengono pensate nella mala interpretazione della chiusura da parte di una persona cui si fa una domanda, con la quale si ha anche un certo grado di confidenza (poiché si raccontano tantissime cose personali) e di cui di contro, però, non si sa nulla.


Perché allora lo psicoterapeuta assume un atteggiamento di questo tipo?


Perché esistono, nel percorso di terapia, quelle che vengono chiamate neo-strutture terapeutiche.


Ma cosa sono le neo-strutture terapeutiche? Non sono altro che dei processi mentali che fanno parte del percorso di cambiamento dell'individuo e consistono in un dialogo interno che la persona instaura con sé stessa, come se fosse di fronte al terapeuta e che al tempo stesso la porta ad interrogarsi su come il terapeuta agirebbe in quella specifica situazione. 


Facciamo un esempio: un paziente, dopo un certo periodo di psicoterapia inizia a capire quali sono le domande che il terapeuta offre, quali sono le risposte o comunque le idee che propone e quindi ad un certo punto, nel momento in cui si trova ad affrontare la vita quotidiana, trovandosi di fronte ad una difficoltà, un dilemma, inizia a chiedersi “chissà cosa farebbe il mio psicoterapeuta in questo caso? Chissà cosa mi consiglierebbe di fare” e via discorrendo.


Queste sono le neo-strutture terapeutiche: dei pensieri, dei processi mentali, che si innescano nella testa del paziente nel momento di difficoltà e a cui chiede aiuto per ottenere dei consigli e/o degli spunti per favorire la propria riflessione.


Ora la domanda sorge spontanea “ma questa cosa, questo dialogo interno che il paziente instaura con lo psicoterapeuta, che lo porta a chiedersi anche cosa il terapeuta farebbe in determinate situazioni, cosa c'entra col fatto che lo psicoterapeuta non racconta nulla di sé?”.


C'entra parecchio, poiché più il paziente conosce lo psicoterapeuta più queste risposte non sono le risposte che il paziente proietta sul terapeuta, cioè non sono risposte fatte di immagini, pensieri e azioni del paziente, che il paziente verbalizza o esplicita a se stesso attraverso la figura (immaginaria) del terapeuta, ma sarebbero quelle proprie del terapeuta. Se ad esempio so tutta una serie di informazioni su chi è il mio psicoterapeuta, su cosa fa, su cosa pensa e su cosa farebbe nella specifica situazione a quel punto lo spazio bianco su cui proiettare i miei pensieri, attraverso i quali tirare le somme del mio agire, non sarebbe più libero, poiché queste informazioni (risposte) occuperebbero lo spazio di riflessione, risultando inutili (anzi, controproducenti) per la presa decisionale rispetto alla mia situazione. 


Quindi, nel momento in cui lo psicoterapeuta non dice nulla di sé, non è perché vuole rimanere distaccato, perché vuole porsi su un livello superiore o perché vuole essere necessariamente riservato o scontroso. E’ perché all'interno del percorso di terapia le neo-strutture terapeutiche sono uno strumento importantissimo a cui il paziente può rifarsi ogni volta che lo desidera, ma sono strumento che per poter funzionare non deve essere contaminato dalle informazioni personali del terapeuta, poiché deve essere uno spazio bianco su cui il paziente va a “scrivere” e proiettare le proprie idee ed i propri pensieri, in modo che questi diventino argomento di dialogo interno con il proprio psicoterapeuta.

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