Oggi propongo una breve riflessione sull’impatto che il coronavirus e la quarantena hanno avuto sul disagio psicologico. Non mi riferisco a tutte quelle situazioni che potrebbero essere generate come conseguenza da coronavirus e quarantena ma a tutte le situazioni di disagio psicologico pregresse, preesistenti, precedenti alla pandemia.

Per affrontare questo discorso a mio avviso ci sono due fattori da considerare. Innanzitutto la risonanza diretta che la pandemia e la quarantena hanno avuto sulla sintomatologia quindi i sintomi pregressi alla pandemia. È importante approfondire se la condizione attuale dei sintomi, magari peggiorati, abbia una connessione diretta con la quarantena. Per esempio una persona soggetta a sintomi agorafobici quindi che ha paura ad allontanarsi da casa, ha paura degli spazi aperti, vede ridursi i sintomi come conseguenza dell’essere costretti a stare in casa. Di contro invece una persona soggetta a sintomi claustrofobici, ovvero desiderosa di libertà e spazi aperti, potrebbe aver notato un peggioramento degli stessi. Come emerso dagli esempi la situazione vissuta può aver fatto da cassa di risonanza, da eco, alla patologia con l’aggravarsi dei sintomi.

Il secondo fattore che deve essere considerato è inerente alla condizione di stallo in cui la pandemia e la quarantena ci hanno posto. Questo stallo ha inevitabilmente un effetto sul disagio psicologico, aumentandolo o riducendolo tuttavia con degli effetti diversi. La risonanza spesso non è direttamente e immediatamente visibile, per esempio nel momento in cui una persona vive una sintomatologia depressiva, ci possono essere stati degli effetti peggiorativi legati alla situazioni vissuta come il cambio di abitudini oppure alla solitudine. Spesso quindi sono state vissute situazioni che hanno incrementato il sintomo i cui effetti tuttavia non sono direttamente visibili.

L’obiettivo di oggi non è creare sterili generalizzazioni ma gettare lo sguardo sul fatto che sarebbe sbagliato illudersi ingenuamente che a seguito della quarantena non ci sia la necessità di lavorare su se stessi. Illudendosi si correrebbe il grossissimo rischio di sottovalutare l’effetto della pandemia quindi vivere la fase 2 come “se fosse tutto passato” peggiorando notevolmente le conseguenze di ciò che abbiamo vissuto.

 

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