Coronavirus e il ruolo dell’untore: perché abbiamo bisogno di trovare il colpevole? Perché abbiamo bisogno di assegnare le responsabilità a qualcuno? Quali sono i meccanismi psicologici che stanno alla base di questa attribuzione di responsabilità?

L’untore è una figura diventata famosa con i Promessi Sposi di Manzoni e stava a rappresentare quella figura che volontariamente spargeva il morbo della peste in luoghi pubblici così da contaminare le altre persone. Ovviamente il concetto ora si è evoluto, è difficile ora credere che qualcuno faccia volontariamente, che ci sia un’intenzionalità nell’andare a contaminare e contagiare altre persone.

Il meccanismo però di attribuzione della responsabilità non si è evoluto dal cinquecento ad oggi nel senso che il meccanismo psicologico che sta alla base è lo stesso. La società ha progressivamente attribuito la responsabilità a diverse figure: si è partiti dal paziente zero e poi ci si è progressivamente mossi ai bambini, agli anziani, ai runners oppure alle persone che vanno a fare la spesa troppo spesso. Tuttavia non ci chiediamo perché la metropolitana di Milano sia ancora aperta, perché le carrozze diventeranno dei lazzaretti.

Ci troviamo a fare delle attribuzioni di responsabilità che cognitivamente ci rendiamo conto non essere propriamente lucide e al tempo stesso non riusciamo ad evitare scatenando guerre mediatiche, decreti e accuse sui social network.

Questo è un meccanismo psicologico, ognuno di noi ha infatti bisogno di vivificare e rendere concreto il male, riuscire a mettere a fuoco il nemico e attribuire la responsabilità a qualcuno. Questo ci restituisce una maggiore percezione di controllo, ci fa sentire più capaci di poter controllare la pandemia e ci rende ingenuamente più forti. È importante essere convinti di poter maneggiare la minaccia e averla sotto controllo, nonostante cognitivamente ci accorgiamo che la figura rintracciata come untore non ha tutte le colpe assegnate.

 

 

 

 

 

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