Si sente spesso parlare di dipendenza affettiva ma molto poco di codipendenza, due cose completamente diverse. Hanno sì qualcosa in comune, in particolare gli aspetti relazionali, ma anche delle differenze. La codipendenza NON è una relazione tra due partner reciprocamente dipendenti affettivi ma una relazione tra due partner che hanno a loro volta una dipendenza. Spesso si parla di un partner caratterizzato dalla Sindrome di Wendy (più conosciuta come Sindrome della crocerossina), portato quindi a sacrificarsi per l’altro, e di uno che soffre di una dipendenza “altra”, da sostanze, da gioco o da altre persone nel senso di aver bisogno del supporto costante di qualcuno (per disabilità o fatiche economiche, ad esempio). Ecco in quali casi scatta la relazione tossica.

Il meccanismo della codipendenza ha così modo di mettersi in atto: io ho bisogno di te per promuovere tutto il mio aiuto, tutto il mio sacrificio e tu hai bisogno di me perchè senza il mio aiuto non potresti farcela da solo. Apparentemente sembra l’incastro perfetto, un completamento. In realtà la relazione, invece di essere evolutiva per le due persone, diventa iatrogena: la cura diventa la malattia stessa poichè cristallizza dei problemi prima di tutto individuali che anzichè essere risolti attraverso la relazione con l’altro vengono ulteriormente incancreniti.

Il partner “crocerossino” sarà sempre più portato a sacrificarsi annullandosi e il dipendente non riuscirà mai a diventare indipendente poichè dell’altro, che andrà a sostituirsi a tutte le sue mancanze, avrà sempre più bisogno. Emerge chiaramente che codipendenza non fa altro che patologizzare le difficoltà, prima di tutto quelle individuali; si genera un circolo vizioso tipico delle relazioni tossiche che si contrappone al circolo virtuoso volto all’evoluzione personale.

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