La sindrome della capanna è diventata tristemente nota con le vicissitudini dell’attuale pandemia. Si tratta infatti di una sindrome già presente in passato, conosciuta come sindrome del prigioniero: si riferiva a persone costrette in realtà claustrofobiche, come prigioni o letti d’ospedale. Con la situazione pandemica questa sindrome si è incistata nella nostra società e consiste in quell’adattamento quasi pauroso alle quattro mura domestiche che impediscono alla persona di uscire. Perchè?

Nella persona si insinua l’idea che il mondo di fuori sia pericoloso o molto diverso da quello di cui si ha memoria; inoltre, sempre in riferimento a questo preciso momento storico, la persona ha paura di essere contagiata o di contagiare. Le quattro mura, per quanto soffocanti, diventano rassicuranti. Non è una rassicurazione libera e sana ma porta con sè una serie di fattori psicologici potenzialmente gravi: disturbi del sonno, alterazione dell’alimentazione, irritabilità, sintomi depressivi.

L’idea di poter stare bene solo tra le mura di casa è una rappresentazione distorta della realtà! Le quattro mura, infatti, sono prima di tutto una trappola proprio perchè portano al potenziale sviluppo di sintomi gravi. Come sempre, quando si parla di disagi psicologici, prima si interviene meglio è: non si deve aspettare che la sindrome della capanna si cronicizzi, bisogna giocare d’anticipo così che la terapia dia risultati più efficaci e più rapidi.

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