Avete mai sentito parlare della sindrome di Stoccolma? Questa – impropriamente chiamata – sindrome prende il nome da un fatto avvenuto nel 1973 a Stoccolma: due rapinatori presero in ostaggio cinque persone all’interno di una banca per cinque giorni. La cosa curiosa è che tutte le persone presenti all’interno della banca hanno svilupparono questa sindrome, diventando simpatizzanti dei loro carcerieri. Qualcuno rifiutò di sporgere denuncia, qualcuno divenne ostile nei confronti delle forze dell’ordine e una donna, addirittura, divorziò dal marito per poi sposarsi in carcere con uno dei sequestratori. L’esempio è talmente folcloristico che ha appunto dato il nome alla sindrome, termine incorretto per indicare una serie di dinamiche comuni in casi di sequestro. Infatti nei manuali diagnostici la sindrome di Stoccolma non compare perchè non è riconosciuta.

La sindrome di Stoccolma colpisce circa l’8% delle persone che hanno vissuto un sequestro o un rapimento e consiste nello sviluppo di sentimenti positivi nei confronti del rapitore.

Sono quattro le caratteristiche comuni a tutti coloro che manifestano questa sindrome a seguito di un’esperienza traumatica come quella di un rapimento:

  • lo sviluppo, appunto, di sentimenti positivi (simpatia, fiducia, innamoramento..)
  • una forte (e non molto giustificata) fiducia nell’umanità
  • una sorta di avversione, a diversi livelli, per le forze dell’ordine (per cui ad esempio l’ostaggio si schiera con il sequestratore o si rifiuta di denunciarlo)
  • una non conoscenza pregressa del carceriere

Le cause sono difficili da riuscire a comprendere e il trattamento viene spesso rifiutato perchè la vittima è convinta di aver ragione e di non aver bisogno di un intervento psicoterapeutico o psichiatrico.

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