Come si fa a non farsi influenzare dalla propria vita privata durante la pratica professionale? Ho già parlato in un precedente articolo di quali siano le mie tecniche per non portarmi il lavoro a casa ma esiste un metodo per non portarsi “la casa al lavoro”?

Ognuno di noi ha una vita privata ed è inevitabile che eventuali “scossoni” nel privato si ripercuotano anche in ambito lavorativo, siano essi positivi o negativi. Partiamo col dire che non è possibile essere del tutto asettici, la natura umana non funziona a compartimenti stagni, siamo fatti di emozioni e queste ci influenzano sempre.

La prima strategia che possiamo mettere in atto è il diventare consapevoli di quanto e in che modo la nostra vita privata vada ad impattare sul nostro lavoro, sull’esecuzione del lavoro. Possiamo pensare di guidare un’auto vecchia, con il volante che tende sempre ad andare un po’ verso sinistra: la nostra strategia sarà quella di forzare il volante verso destra per compensare e consentire all’auto di proseguire dritta.

La seconda strategia è quella di vedere il lavoro come una distrazione, un’isola felice che tiene lontano dalle preoccupazioni. Concentrandosi sul lavoro si eviterà di rimanere focalizzati sulla vita privata e anzi andare al lavoro diventerà un piacere. Questo è tanto più facile quanto più il lavoro è immersivo come può esserlo il mio. Avere a che fare con le persone, ascoltare le loro storie, vuol dire rimanere super concentrati, ascoltando con entrambe le orecchie. Nel mio caso esistono poi le intervisioni e le supervisioni con i colleghi che aiutano a capire se si è persa la bussola a causa, appunto, di problematiche private che influiscono sulla pratica professionale.

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Se le emozioni che proviamo ci impediscono di vivere come vorremmo, al punto da condizionare negativamente la nostra vita, è il momento di chiedere aiuto.








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