“Sono stato agorafobico per più di vent’anni. La mia vita aveva un raggio molto limitato. Per me andare a Londra, dove sono obbligato ad andare due volte l’anno per lavoro, equivaleva a scalare l’Everest. Dovevo essere accompagnato da almeno due amici. Ci sono stati periodi in cui non uscivo nemmeno per 20 giorni di fila, neanche per fare la spesa.”

Qualche settimana fa abbiamo parlato della claustrofobia e della paura degli spazi chiusi, oggi invece vediamo una paura simile, che fa parte della stessa famiglia ma con caratteristiche diverse: l’agorafobia.

L’agorafobia, fa parte della categoria generale dei disturbi d’ansia: nella stessa famiglia troviamo il disturbo d’ansia generalizzata, la fobia specifica, il disturbo d’ansia sociale e il disturbo di panico: disturbi che abbiamo già trattato o vedremo in altri articoli successivi.

Il termine agorafobia indica etimologicamente “paura della piazza”, quindi paura degli spazi aperti. Nella realtà il termine si riferisce a molte più situazioni rispetto il significato originario. Si estende a tutte le situazioni in cui il soggetto teme di sentirsi male lontano da casa, dove la propria abitazione viene generalmente vissuta come rifugio e luogo sicuro. La persona con agorafobia cerca di evitare di trovarsi in situazioni come piazze, stadi oppure treni e code, limitando gli spostamenti e la propria vita.

Spesso l’agorafobico ha la necessità di farsi accompagnare da una persona di fiducia: l’agorafobico infatti è desideroso di autonomia, prova una grande rabbia per le situazioni in cui non riesce ad esserlo. Tale rabbia tuttavia non viene espressa e, dall’esterno, la persona appare debole e bisognosa di aiuto.

L’agorafobico infatti non teme solo la strada aperta egli ha paura di trovarsi in mezzo alla folla, fare la coda davanti ad uno sportello o di andare allo stadio, di andare a teatro e andare al ristorante, andare al supermercato, viaggiare in treno, in automobile, in aereo.

Ci sono due elementi importanti da sottolineane. Innanzitutto la “folla”, spazio di per se’ neutro è come se acquistasse una valenza paurosa per il solo fatto di essere popolato da gente. Non a caso i pazienti riferiscono di stare meglio se, per esempio, un ristorante è poco frequentato.

Il secondo elemento è che i luoghi raccolti e meno frequentati, teoricamente più rassicuranti per l’agorafobico, sono in realtà altrettanto temuti qualora impediscano all’individuo, in caso di malore, di fuggire per rifugiarsi a casa il più presto possibile.L’agorafobia quindi è anche caratterizzata dalla paura di non avere una chiara ed immediata via d’uscita qualora venga avvertita una minaccia di morte.

Quali sono le paure dell’agorafobico?

Come per altre fobie anche per l’agorafobia ci sono paure che la contraddistinguono, paure spesso sovrapponibili con quelle di altre problematiche della stessa famiglia. L’agorafobico teme infatti di essere in mezzo alla folla, in una piazza, sul tram, in coda al supermercato e perdere totalmente il controllo, teme di svenire, di sentire tachicardia e sudorazione, di stare male e avere un infarto. L’agorafobico ha una grande paura di stare male, avere bisogno di aiuto ma rimanerne privo.

L’agorafobico, quindi, ha paura di morire: spesso questa è una paura che rimane sotto il livello di coscienza, paura espressa attraverso una generica ma molto pesante sensazione di allarme e di pericolo imminente.

 

 

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