Oggi parliamo di bugie e di come certe persone siano talmente convinte di quello che dicono da portare noi stessi a convincerci. La domanda quindi è: ci credono davvero?  Può capitare anche a me?

Partiamo dal presupposto che non ci sia nulla di strano nel non raccontare bugie, ma nel credere alle balle che si racconta. Raccontare bugie può essere un aspetto culturale e ognuno si colloca in modo diverso rispetto al proprio punto di vista su cosa sia giusto fare in tali circostanze. Credere alle balle che si raccontano non è invece affatto strano dal punto di vista cerebrale-neuronale.

 

 

Vi è mai capitato di raccontare una balla, indipendentemente dalle sue dimensioni, così tante volte al punto che alla fine ci siamo convinti fosse vero? Ci sembra davvero di aver fatto quella cosa, o che sia effettivamente andata così, che quella cosa sia vera. In questo non c’è nulla di strano, perché questo dipende da come funziona il nostro cervello e in questo ci vengono in aiuto tantissime delle nuove tecnologie: la tomografia ad emissione di positroni, piuttosto che la FMI cioè la risonanza magnetica funzionale esse ci fanno vedere come le aree nel cervello attivate durante lo svolgimento di un’azione siano le stesse che vengono attivate nel momento in cui questa azione viene solamente pensata o immaginata. Questa è una cosa che molte delle discipline, come la psicologia dello sport, conosce ed applica da tempo a fini utili. Ad esempio, molti sportivi, tramite delle tecniche di Visual Imaging migliorano il gesto tecnico: pensano, rivivono, rifanno, cambiano ciò che sanno fare, migliorano al fine di andare ad ottimizzarlo. Un esempio, Michael Jordan ha affermato più volte come provasse ad immaginare le partite nella sua mente ancora prima di giocare, al fine di ripetere tutti i gesti tecnici.

Ora abbiamo anche le prove scientifiche che questo effettivamente avvenne. Tuttavia, cosa c’entra tutto questo con le balle? Cosa c’entra tutto questo con le bugie, raccontare le bugie? Raccontare le balle richiede un certo livello di immaginazione, quindi nel momento in cui io per la prima volta la racconto, le aree nel cervello si attivano. Inizialmente accade perché dobbiamo riuscire ad utilizzare quell’immaginazione necessaria per poter creare: dobbiamo pertanto andare ad attingere nella nostra memoria tutto ciò che serve per poter impacchettare la nostra bugia. Quindi, di fatto, che io faccia qualcosa, che racconti qualcosa, le aree che si attivano nel cervello sono le stesse.

La domanda sorge spontanea: perché ci crediamo? Metaforicamente, è come imparare a guidare. Come nella realtà, più io compio un gesto motorio, più io ripeto un’azione, più mi sono esposto in qualcosa, più io dedico parte del mio cervello per poter depositare questo ricordo, e, di fatto, anche se questo ricordo è finto perché appunto è una balla, sono portato comunque a crederci.

 

Quindi, per rispondere alla domanda iniziale, la cosa innaturale non è credere alle “balle” che si raccontano, quanto probabilmente raccontare frottole.

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