Qualsiasi relazione può essere considerata piena nel momento in cui prevede la complementarietà.

La complementarietà può però diventare un rischio quando risulta essere o troppo rigida e/o statica.

Tutti noi all’interno della relazione, giochiamo dei ruoli e questo prevede che si debba fare qualcosa per soddisfare l’aspettativa dell’altro e viceversa.

Queste aspettative possono essere costruite all’interno del rapporto oppure possono essere socialmente determinate. Ad esempio, è verosimile credere che in una famiglia, il marito è deputato a portare giù la spazzatura, pagare l’assicurazione etc. mentre la moglie a fare la spesa, etc. Questi sono i ruoli socialmente determinati e prevedono una complementarietà.

Si tratta di una suddivisione che rende tutto abbastanza semplice, dove i compiti sono poco rilevanti e non hanno a che fare con l’equilibrio della coppia.

Quando però questa complementarietà è riferita ad alcuni ambiti della vita, come ad es. la suddivisione fra chi lavora e chi sta a casa, allora può diventare pericolosa. In questo caso la complementarietà determina una non autonomia dove l’altra persona non è una spalla, ma una gamba e, se viene meno, non si è più capaci di stare in piedi da soli.

La complementarietà è positiva fintanto che una funzione non è completamente delegata, altrimenti una netta suddivisione può evolvere in un vincolo stagnante e determinare una insoddisfazione e non realizzazione personale.

Pertanto la divisione dei ruoli e la complementarietà è importante a patto che non sia totalizzante ma qualcosa che possa potenziare una persona attraverso l’altra.

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